Celebrare il Primo Maggio ha senso solo se diventa l’occasione per rimettere tutto in discussione. Un momento di verità collettiva in cui una città si interroga sul proprio presente e, soprattutto, sul futuro che intende costruire. Che prospettiva di lavoro e di vita offre davvero alle nuove generazioni la nostra città? È da questa domanda che Siracusa e la sua cittadinanza dovrebbero partire oggi.
Secondo la classifica 2025 del Sole 24 Ore sulla qualità della vita, il capoluogo aretuseo registra forti criticità sul fronte occupazionale giovanile, collocandosi all’86° posto nazionale per disoccupazione tra i giovani, un dato che conferma quanto il lavoro stabile e qualificato resti ancora una delle principali emergenze strutturali del territorio.
Il calo delle iscrizioni all’istituto Alberghiero, in questo quadro, è il segnale di una sfiducia crescente verso un settore che – sebbene secondo la narrazione dovrebbe rappresentare una delle vocazioni naturali del territorio – viene percepito come stagionale, precario, povero e mal retribuito. Su questa base è logico dedurre che se i giovani non credono nel turismo come possibilità concreta di futuro, allora il problema non riguarda loro ma il modello di sviluppo che gli si sta prospettando.
Più volte mi sono chiesta se questa città sia davvero bella da vivere. Se sia una città piacevole da abitare, capace di accompagnare le persone nelle diverse fasi della vita. Il sole, il mare, la luce e la storia non bastano a compensare problemi di gestione, amministrazione e programmazione. Siracusa, da troppo tempo, fatica a dare risposte.
Fatica con chi lavora, costretto a incastrare tempi di vita sempre più difficili dentro una città congestionata, frammentata e segnata da una crisi profonda dei quartieri. Fatica con gli anziani, che chiedono autonomia, accessibilità, servizi e spazi sicuri in cui socializzare. Fatica con chi a 14 anni si annoia, a 18 anni vorrebbe andare via e a 30 anni fatica a trovare una casa e un lavoro stabile.
In città manca, soprattutto, una vera cabina di regia tra Amministrazione, luoghi della formazione, scuole, università, imprese, sindacati e ufficio di collocamento, capace non solo di favorire l’incontro tra domanda e offerta, ma anche di monitorare la qualità del lavoro prodotto e la prospettiva occupazionale.
Perché il punto non è quanti colloqui si fanno in un giorno o quante candidature si raccolgono, piuttosto, capire quali contratti vengono attivati, quanto durano, con quali retribuzioni, con quali tutele e con quali prospettive di stabilizzazione.
A questo si aggiunge il tema, ormai centrale, del potere d’acquisto. Perché non basta avere un lavoro se quel lavoro non consente di pagare un affitto, sostenere le spese quotidiane, affrontare il costo dei servizi, costruire autonomia e immaginare una vita dignitosa. Se il reddito reale delle famiglie si assottiglia e il lavoro non basta più a garantire stabilità, allora la questione non è individuale ma politica e collettiva.
È questa l’urgenza vera. Un’urgenza strutturale che i job day, da soli, non soddisfano, senza una strategia stabile di orientamento, formazione, accompagnamento e controllo della qualità dell’occupazione. Rischiano di restare eventi episodici: utili alla comunicazione, molto meno alla costruzione di un futuro dignitoso.
Il problema più grande è che Siracusa appare sempre più come una città che non sa cosa vuole diventare. Una città che rincorre etichette, candidature, grandi eventi e slogan, ma che fatica a determinarsi davvero sul piano economico, produttivo e sociale.
Capitale del mare, capitale della cultura, città turistica: definizioni potenzialmente importanti, ma vuote se non accompagnate da una strategia concreta capace di trasformare la bellezza in lavoro stabile, servizi, benessere diffuso e qualità della vita.
Il Primo Maggio dovrebbe ricordarci che il lavoro non è solo occupazione. È dignità, autonomia, emancipazione, libertà di programmare il proprio futuro e di scegliere se restare. Una città che non costruisce queste condizioni rischia di diventare un luogo bellissimo da raccontare, ma impossibile da vivere.
