Mentre i dépliant turistici raccontano una Siracusa pronta a scalare le vette della cultura mondiale, basta scendere una scala verso il mare per accorgersi che i piedi poggiano su fondamenta d’argilla. Non è solo una questione di ritardi stagionali, ma di una sicurezza costiera che sembra rimasta impigliata tra le maglie della burocrazia e dei proclami.
Se da un lato si insegue il vessillo della Bandiera Blu, dall’altro si ignora che quel “blu”, oggi, non è presidiato. La stagione balneare è ufficialmente partita, ma sulle spiagge libere il servizio di salvamento resta un’incognita, trasformando un diritto dei bagnanti in un azzardo collettivo. Non è un semplice disservizio: è la violazione di quelle ordinanze della Capitaneria che dovrebbero essere il Vangelo di chi amministra il territorio.
L’illusione dell’Ex Lido Polizia
Il caso dell’area dell’Ex Lido Polizia è, in questo senso, emblematico. Quella che doveva essere una restituzione alla collettività ha il sapore amaro dell’incompiuta. Sotto la superficie di interventi che appaiono parziali, il terreno continua a cedere: un ingrottamento che non è solo geologico, ma amministrativo. Nonostante il pericolo di crollo sia evidente, il transito su piattaforme e scale prosegue indisturbato, in un limbo dove la mancanza di recinzioni idonee sembra suggerire una rassegnata accettazione del rischio.
Il crollo silenzioso del sud
Spostandosi verso sud, dalla Fanusa fino alla Costa del Sole, lo scenario muta da critico a emergenziale. Qui la roccia non aspetta i tempi della politica e si sgretola, trascinando con sé pezzi di costa sotto gli occhi di residenti e turisti. Eppure, a fronte di un pericolo di distacco massi tangibile, la risposta è affidata a una cartellonistica fantasma: cartelli divelti, scoloriti dal tempo o del tutto assenti. Un “muro di carta” che non ferma nessuno, ma che sembra servire solo a preparare il terreno allo scaricabarile di responsabilità in caso di incidente.
Due pesi, due misure
C’è poi un dettaglio che salta all’occhio percorrendo il litorale dell’Asparano. Mentre i solarium pubblici restano confinati nel regno delle intenzioni — con i cittadini costretti a gimcane tra le rocce — le strutture dei resort privati procedono spedite. Questa asimmetria tra l’efficienza del privato e la paralisi del pubblico alimenta un sospetto corrosivo: che a Siracusa la tutela del territorio e il diritto alla fruizione del mare non viaggino alla stessa velocità per tutti.
Il muro del silenzio
Di fronte a questo scenario, abbiamo ritenuto doveroso interpellare gli uffici comunali competenti, cercando quel chiarimento che la cittadinanza attende da mesi. Tuttavia, il silenzio resta l’unica risposta pervenuta. Un silenzio che appare quasi emblematico: mentre la macchina della comunicazione istituzionale corre veloce sui binari dei grandi eventi, la gestione dell’ordinario sembra essersi smarrita nei corridoi burocratici, lasciando i cittadini soli a interpretare i pericoli di una costa che non aspetta i tempi delle delibere per cedere.
Non basta esporre simboli di eccellenza se non si garantisce l’ordinario. Una città come Siracusa, che ambisce a palcoscenici internazionali, non può permettersi di avere spiagge interdette solo sulla carta, come a Ognina, dove la mancanza di barriere fisiche trasforma un divieto in un suggerimento ignorato.
In attesa che qualcuno decida finalmente di rispondere, ai siracusani non resta che guardare il mare dalle transenne (dove presenti) o affidarsi alla buona sorte.
Ma – ci chiediamo – è davvero questo il biglietto da visita di una Capitale della Cultura?
