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“Campane” uno spettacolo che merita di esser visto e replicato

DiIsmenia Amari

Feb 1, 2026


Ancora un ennesimo successo per lo spettacolo “Campane” portato in scena dalla Compagnia Teatrale Iris al Teatro Iris di Floridia.
Tratto da “La Casa de Bernarda Alba” di Federico Garcia Lorca, il testo è stato trasposto in dialetto siciliano e calato in ambientazione sicula date le molte similarità tra Andalusia e Trinacria.
Eccellente il lavoro svolto dal regista Francesco Torneo ed eccezionali le interpretazioni delle attrici sul palco: Anna Puglisi, Carmela Formica, Concetta Sala, Aurora Principe, Cinzia Rapisarda, Beatrice Radino, Fabiana Mangiafico e Maria Aparo.
Personaggio principale della storia Bernarda, interpretata in modo superlativo da Carmela Amenta. Dopo la morte del marito, la protagonista del dramma impone in modo dispotico un lutto rigoroso all’anziana madre e alle sue cinque figlie impedendo loro di uscire di casa e di intrattenere rapporti con il sesso opposto per ben otto lunghi anni. La figlia maggiore, avuta dal primo marito, ha ereditato una parte importante del patrimonio paterno e le viene concesso di sposarsi con il giovane Pepe, il quale è però unicamente interessato alla dote della sposa e inizia una relazione clandestina con la sorella più piccola, che viene scoperta e portata alla luce da una delle sorelle. Alla rivelazione, la madre Bernarda uccide il giovane, scatenando un tragico epilogo: il suicidio per impiccagione della figlia minore, che non intende piegarsi alla volontà della madre e che non intende rinunciare a Pepe. Per difendere l’onorabilità della propria famiglia, Bernarda conclude proclamando che sua figlia è morta vergine e ordinando il silenzio sull’intera vicenda.
L’opera fu scritta da García Lorca alcuni mesi prima della sua morte e fu rappresentata per la prima volta a Buenos Aires nel 1945. Assieme alle tragedie “Yerma” e “Nozze di sangue”, “La casa di Bernarda Alba” fa parte di una trilogia incentrata sul ruolo della donna e sulla sua sottomissione nella Spagna rurale degli anni trenta.
Ed è questo il messaggio che passa attraverso le parole delle attrici e della scenografia ideata come gabbia scura, la volontà di rompere le costrizioni che limitano la libertà di una donna, privata ingiustamente dei suoi impulsi, delle sue scelte, dei suoi desideri sessuali, della sua spensieratezza per un rigore e una tirannia genitoriale e matriarcale imposta dall’alto alla quale non c’era possibilità di scampo, ma che induceva all’infelicità o alla ribellione sofferta e gridata in chi la subiva.
Un testo intenso, ricco di riflessioni, di emozioni forti sul palco che ha visto anche la speciale partecipazione di Miriam Stella al violino e Martina Burgio alla chitarra e che è terminato con una coreografia inaspettata abilmente costruita da Fabiana Mangiafico.
Uno spettacolo che merita di essere riproposto e replicato più volte e in più palchi per l’eccezionalità della resa in scena, la profondità del testo e del tema trattato, per l’abilità eccelsa delle donne che lo interpretano e per la performance della protagonista principale che ha saputo incarnare in modo portentoso e sublime un personaggio assai complesso e intenso.

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