Un lettore racconta con amarezza il suo ritorno da una splendida vacanza in Scozia, trasformato in una lunga e faticosa odissea a causa dell’emergenza legata all’eruzione dell’Etna. Il volo da Edimburgo, già riprogrammato il giorno precedente, è stato dirottato su Palermo per ragioni di sicurezza: scelta comprensibile, inevitabile, condivisibile. Ma da lì in poi, tutto si è complicato.
All’arrivo alle 20.00 nessun pullman attendeva i passeggeri diretti a Catania. L’unica alternativa: un treno alle 23.00. Quattro ore e quindici minuti di viaggio, con sosta a Messina, servizi igienici senza acqua e una persona con disabilità costretta a scendere grazie all’aiuto di quattro ragazzi. Una scena che parla da sola.
Giunti a Catania nel cuore della notte, nessun collegamento con l’aeroporto. Più di un’ora per trovare un taxi, poi finalmente il recupero dell’auto e il rientro a Siracusa alle 5.30 del mattino. Una giornata iniziata a Glasgow alle 15.30 e finita all’alba del giorno dopo.
Il lettore non punta il dito, ma pone una domanda semplice e diretta: siamo davvero in grado di gestire un’emergenza che, con l’Etna, è tutt’altro che rara? Il dirottamento è comprensibile, il treno gratuito è apprezzabile, ma il servizio avrebbe dovuto garantire il trasferimento fino all’aeroporto di Catania. Un fondamentale, non un optional.
Il confronto con la Scozia — dove una gomma forata su una strada secondaria è stata risolta in un’ora grazie a un’assistenza impeccabile — non vuole essere impietoso, ma illuminante: guardare chi funziona meglio dovrebbe essere uno stimolo, non una frustrazione.
Lo sfogo si chiude con una riflessione che pesa: che immagine diamo ai turisti che arrivano in Sicilia e si ritrovano spaesati, senza indicazioni, nel cuore della notte? Raccontare ciò che accade, dice il lettore, è un modo per prendere consapevolezza e continuare a credere — ostinatamente — che questa terra possa migliorare.
